工作狂人 〜 Pazzi per il lavoro

Oggi mi sono svegliato alle sei del pomeriggio dopo 14 ore filate di sonno. Credo di essere abbastanza stanco.

Negli ultimi nove mesi mi sembra di non aver fatto altro, niente altro, null’altro che lavorare, e credo non sia solo un’impressione.

Non vorrei rinfocolare lo stereotipo dei giapponesi formichine lavoratrici, ma non c’è dubbio che il lavoro riveste un ruolo di centrale importanza nella società giapponese, e quando dico “società” intendo qualunque aspetto di essa. L’impressione che sto maturando dopo 18 mesi di vita in Giappone è che non esiste la letteratura, esiste il lavoro della letteratura, non esiste la scienza, esiste il lavoro della scienza, non esiste lo sport, esiste il lavoro dello sport… non esiste cioè un aspetto della vita che non sia stato trasformato in lavoro e, quindi, in business, il che vuol dire di naturale conseguenza che non esiste la letteratura, esiste il business della letteratura, non esiste la scienza, esiste il business della scienza, non esiste lo sport, esiste il business dello sport. Se questo potrebbe essere detto anche per l’Occidente, è estremamente più vero e vistoso in Giappone dove i soldi sono amati e rispettati al massimo livello: toccati con tutti i riguardi, spiegazzati il meno possibile, riposti sempre con gentilezza nei portafogli, chiamati per nome, ostesi con due mani dalla commessa e raccolti con due mani dai clienti, raggruppati in mazzetti da nove banconote fasciate da una decima nelle casse dei negozi, e in generale trattati «come li trattava nonno» come dice Mara (ciao Mara). I soldi per i giapponesi sono sacrali come ostie per i cristiani e come ostie rappresentano il feticcio senza cui non è possibile vivere: il cristiano si spoglia dei propri peccati e partecipa all’evento collettivo chiamato “messa” per ricevere l’ostia e poter diventare parte omogenea della società a cui appartiene; alla stessa maniera il giapponese si spoglia dei propri vestiti e partecipa all’evento collettivo chiamato “lavoro” per ricevere i soldi e poter diventare parte omogenea della società a cui appartiene. I vestiti sul luogo di lavoro non sono mai quelli di casa: si indossa sempre una divisa per distinguere la vita privata, dove fai quel che vuoi per te stesso, da quella lavorativa, dove fai quel che devi per i soldi. In giapponese “soldi” si dice 金 kane (con lo stesso ideogramma con cui si chiama l’oro e in generale le cose di valore), ma non si pronuncia mai, rigorosamente mai kane: sempre solo e soltanto 御金 o-kane, senza eccezioni, con quel prefisso “o-” che si applica per ingentilire una parola o sottolinearne l’importanza e che in Si vive solo due volte è stato tradotto come “onorevole”. L’onorevole denaro. Il denaro non è lo sterco del diavolo, è onorevole.

Per poter continuare a vivere in Giappone, ho dovuto spogliarmi dei miei vestiti e partecipare all’evento collettivo chiamato “lavoro” per ricevere i soldi e poter diventare parte omogenea della società a cui ora appartengo. Due mesi dopo essere arrivato a metà febbraio avevo già trovato la prima opportunità: uno studio di architettura cercava un nuovo membro, colloquio a metà aprile e inizio del lavoro a metà maggio, tre mesi a orario ridotto per vedere come mi ambientavo. Al tempo non spiccicavo parola, la conversazione con gli altri membri dello staff era sotto la soglia minima e a metà agosto la direttrice mi ha congedato sottolineando che davo l’impressione di essere più interessato alla lingua che all’architettura. Mi sento di dissentire, ma non aveva tutti i torti, dato che al tempo il mio bisogno primario era di comunicare. Lì essendo uno studio avevo possibilità di vestirmi in maniera sufficientemente quotidiana, ma nulla che non fosse perfettamente sobrio, quindi il tipico vestiario da architetto non era accettabile: pantaloni e camicia, al massimo polo, al massimo un cardigan e tutto monocromatico in toni neutrali stile Pianeta Neutrale di Futurama; no sciarpette no motivi ornamentali e soprattutto no nero ‘ché spaventa i clienti. Dopo l’esperienza nello studio ho trovato entro un mese un altro lavoro: da metà settembre ero diventato insegnante d’inglese presso un imprenditore che gestisce un locale per neo-mamme e un doposcuola. Il locale è diviso in uno spazio conviviale di divani e tavolini bassi dove le mamme possono conversare e mangiare in tranquillità mentre i bambini si sfracellano nell’altro spazio adibito a sala giochi per bimbi in età prescolare con scivoli e strutture tipo parco giochi tutte in legno, tappeti di gomma con le letterone e montagne di peluche e giocattoli distrutti tipo Toy Story 3: lì giocavo coi bimbi parlando solo e rigorosamente in inglese indipendentemente da come mi parlassero loro, quando e se sapevano parlare e se mi capissero o meno; era estenuante giocare con decine di bimbetti, ma non mi dispiaceva (fra l’altro ho realizzato che se voglio avere bambini devo sbrigarmi finché il mio corpo resiste a ore di gioco no limits). Nel doposcuola invece non insegnavo inglese ai ragazzi, ma alle insegnanti che poi insegnavano ai ragazzi ripeto insegnavo inglese alle insegnanti, che non lo parlavano minimamente e lo scrivevano con estrema difficoltà, le quali poi lo insegnavano ai ragazzi. Nessuno stupore che sia estremamente difficile trovare persone che parlano un inglese decente in Giappone (per ora io ne conosco tre di cui una però lo fa per lavoro essendo un’interprete professionista). Spesso nel locale per neomamme aiutavo il proprietario e suo figlio a costruire i nuovi giochi per i bimbi e ad allestire la sala con nuovi spazi; era un lavoro da piccolo falegname e piccolo muratore, ma non mi dispiaceva affatto, anzi, sarei rimasto molto volentieri se non fosse che lì la divisa da lavoro era quella da Super Mario. Non ho ancora capito se il mio nome è una benedizione o maledizione qui in Giappone: tutti, tutti conoscono il Mario della Nintendo, molto più che in Italia, e quando qualcuno scopre il mio nome l’associzione d’idee è istantanea, rafforzata dal fatto che mio fratello si chiama Luigi. In ogni caso il proprietario voleva vestirmi da Mario con salopette e maglia & cappello rossi: me ne sono andato sia per evitare di vestirmi così (avevano già comprato su Internet il costume, brividi) sia perché ero a nero, proprio come nello studio d’architettura, perché sì certo il lavoro nero c’è anche in Giappone, benvenuti in Giappone.

La necessità di avere un lavoro a contratto e l’ancor maggiore necessità di parlare la lingua mi hanno spinto a cercare altro. In realtà lavorare in Giappone, se si ha già la possibilità di restare (avendo il permesso di soggiorno o come consorte o parente di giapponese, o come studente), non è affatto difficile: le riviste di annunci lavorativi abbondano di proposte, c’è tanto lavoro, fin troppo, cominci a insospettirti quando vedi che oltre il 50% delle strutture commerciali e il 100% dei conbini espone il cartello “cercasi personale”. È perché la gente lascia molto spesso il lavoro, e se lo lascia è perché c’è la fregatura. Il Giappone possiede un sistema del lavoro che contempla il tempo pieno, il tempo parziale e il misterioso arubaito; quest’ultimo, tradotto sempre nei fumetti italiani come “part-time” (quante volte ho letto di studenti che hanno il “lavoretto part-time”) non è affatto un part-time nel senso occidentale della parola. Arubaito viene dalla parola tedesca “Arbeit” che significa “lavoro” e indica un tipo di contratto che per gli standard occidentali si avvicina al cottimo. Il contratto è un semplice foglio A4 su cui sono stampati solo i dati del lavoratore, i dati del datore di lavoro e quattro righe: 1) il pagamento orario è tot yen, 2) sono/non sono presenti le ritenute pensionistiche e assicurative, 3) la rescissione del contratto è a pura iniziativa del lavoratore o del datore senza necessità di giustificato motivo né di comunicare la decisione in anticipo, e infine 4) la responsabilità di qualunque problema che può nascere in seno all’ambiente di lavoro durante la permanenza del lavoratore ricade sul lavoratore stesso. Fine. Questo vuol dire che l’arubaito non contempla assolutamente un monte ore prestabilito che è appunto il principio base del part-time, ma si può benissimo lavorare un’ora alla settimana come pure 15 ore al giorno a totale discrezione del lavoratore e del manager che si occupa dei turni dello staff; come nel cottimo, più lavori e più soldi fai, ma a parte rarissimi e specifici casi non c’è pensione né tantomeno assicurazione, né tantomeno ferie o malattia, e infatti la primissima cosa che ha fatto mia moglie il giorno stesso che ho ottenuto il permesso di soggiorno è stata di andare in un’agenzia di previdenza complementare per aprirmi una pensione integrativa privata e un’assicurazione privata. C’è questa magica storiella che in Giappone la disoccupazione è inferiore al 4%: è vero, ma va scorporato il dato dell’arubaito, che stando al Ministero del Lavoro nel 14esimo anni Heisei (ora nel 2015 siamo nel 27esimo, quindi nel 2002) copriva oltre il 51% degli under 24 (di cui il 29% erano universitari) e poi la percentuale scendeva fino al 17,2% degli over 50. Quindi, se in Italia il 14% dei giovani è senza lavoro ed è un dato terribile, in Giappone oltre a quelli senza lavoro c’è anche un 51% che il lavoro sì ce l’ha, ma è un lavoro a bassissimo reddito (sufficiente per campare, ma non per risparmiare) e totalmente privo di speranze verso il futuro dato che può finire da un secondo all’altro e non hai nemmeno i contributi quindi non avrai nemmeno la pensione, che in Giappone è già ridicolmente bassa di suo. Per non parlare poi del dato che un over 50 su cinque lavora ad arubaito: in Italia credo che i sindacati si scatenerebbero (se non altro nei talk-show), qui esistono solo di nome quindi inutile riporvi speranze. Il pagamento a ora fa sì che non esista il concetto di “straordinari” e quindi lavorare tantissimo non cambia la tua retribuzione, il che fra l’atro disincentiva verso un buon rapporto con l’azienda: quale stima può provare un lavoratore per il datore che non solo ti paga poco (la media è fra i 600 ed i 1’000 yen all’ora, ovvero fra i 4 e i 7 euro, in base né al lavoro né all’ora, ma discriminatorio in base all’età, al sesso e al fatto se il luogo è più o meno alla moda), ma per di più non ha alcun rispetto per la tua vita fuori dal posto di lavoro costringendoti a restare di notte senza nemmeno un bonus o una qualunque gratificazione economica? Infatti, se al momento della firma del contratto spunti la casella in cui accetti lo straordinario, e la devi spuntare per forza perché è una delle clausole obbligatorie, vedrai che le richieste di straordinario arriveranno. Certo, poi ti riempiono di grazie, grazie, grazie mille, ma anche il più sentito dei grazie non ripaga dalla perdita della vita sociale e familiare. Al proposito uscì quanche mese fa un articolo, diventato celeberrimo fra gli otaku occidentali, in cui lo statunitense Henry Thurlow raccontava le sue agghiaccianti condizioni di lavoro in uno studio d’animazione: vale la pena di leggerlo.

La perdita della vita sociale e familiare e, direi, personale è in assoluto quanto mi ha ferito di più in questi ultimi nove mesi. Dopo aver lasciato il lavoro di insegnante d’inglese ne ho iniziato uno nuovo il primo dicembre 2014 in un hotel. Ero conscio che sarebbe stato un drastico allontanamento dalla mia area di studio e di lavoro, un allontanamento molto pericoloso perché l’architettura non è come andare in bicicletta bensì è come suonare il piano: una disciplina che, se non la si esercita, si perde. Ero però anche conscio che mi servivano dei soldi (da spendere, ai soldi da risparmiare ci pensa mia moglie col suo lavoro) e soprattutto mi era assolutamente necessaria una full immersion nella lingua e nella cultura lavorativa giapponese se davvero volevo continuare a vivere qui. Mia madre mi ha dimostrato tutta la sua contrarietà dicendo che trovava incredibile che mi fossi laureato e poi andato dall’altra parte del mondo solo per fare il cameriere. Come darle torto. Proprio valutati questi pro e contro decisi di accettare con un contratto a termine rinnovabile da tre mesi. Il posto di lavoro è, dal punto di vista dei clienti, splendido: l’Okayama International Hotel è un palazzone in stile internazionale costruito nel 1974 a Higashiyama (“Collina a Est”) dalla cui terrazza all’ultimo piano si può vedere una vista spettacolare sulla città fino al mare interno di Seto che è un celebre paesaggio storico giapponese raffigurato mille volte nelle stampe ukiyo-e. Non facevo affatto il cameriere, ma il barman di lusso presso il bar anzi il lounge di lusso dell’hotel di lusso, di giorno gestivo la caffetteria e di notte preparavo i cocktail. Poiché non sapevo nulla di cocktail e sono pure astemio, ho studiato sui testi sacri del genio degli alcolici Salvatore Calabrese fino ad apprendere che si tratta di un mondo estremamente affascinante e non distante dall’arte della cucina, anzi se i pasticceri sono i re dell’arte culinaria, i baristi ne sono i principi data la scientifica perfezione richiesta dalla preparazione e dall’allestimento di un cocktail. Dato l’ambiente di un certo livello e i prezzi non molto accessibili, la clientela dell’hotel è  piuttosto selezionata: durante i sei mesi che ho passato lì dentro, soprattutto quando avevo il turno di notte ho avuto la fortuna di incontrare personaggi molto interessanti con cui conversare non di banalità, fra cui la presidentessa della Bridgestone (che non sapevo fosse una donna e non sapevo fosse giapponese, ma poi ho scoperto che gli Ishibashi sono giapponesi) e la professoressa di Storia del Folklore nella facoltà di Lettere dell’università locale che parla un ottimo inglese e con cui ho avuto illuminanti conversazioni circa la società, l’arte e la cultura giapponesi. I miei clienti abituali preferiti erano una coppietta di vecchietti che veniva tutti i giorni tutte le volte sempre alle tre del pomeriggio sempre allo stesso tavolo a prendere il caffè con lui che parlava e lei che rideva delle sue battute con una felicità profonda che spero di provare anch’io quando arriverò alla sua età, poi il manager vestito sempre in gessato blu camicia bianca e cravatta rosa che leggeva il Mein Kampf e altri testi nazisti e si addormentava due minuti dopo aver aperto il libro e se ne andava dopo un’oretta di pennichella, l’oculista che quando veniva di giorno beveva ice coffee e quando veniva di sera ice tea sempre sulla veranda anche se pioveva, la coppia di amanti anziani che sedevano sempre e per tutto il tempo mano nella mano con lei vestita di nero e ben truccata con le labbra rosse come una bambola di porcellana nonostante credo fosse sulla settantina e la cui visione mi dava sempre una fortissima letizia nel cuore a vederli parlare ore e ore sussurrandosi frasi d’amore come fossero adolescenti d’altri tempi, il trentenne che prendeva solo cocktail analcolici a base di latte, e poi la presidentessa di un club di pittura che si occupa solo ed esclusivamente di ritratti di stranieri e che mi ha chiesto di posare per loro come modello (non nudo, grazie al cielo) il prossimo autunno. Se il contatto con i clienti è stato assolutamente positivo nonché il motivo principale che mi ha fatto resistere per sei mesi, l’ambiente di lavoro dietro le quinte non era altrettanto felice. Come sa bene chiunque abbia mai letto un manga ad ambientazione scolastica, i giapponesi distinguono i compagni di studio o lavoro in senpai (più anziani o esperti) e kouhai (meno anziani o esperti) che sono i gradini sopra e sotto quello dove ci si trova; questi gradini iniziali in realtà fanno parte di più ampi gradoni che comprendono tutti quelli che sono sotto e tutti quelli che sono sopra, in una piramide sociale i cui livelli sono estremamente definiti e severi come caste indiane. Non è possibile per nessun motivo mettere in discussione qualunque ordine provenga dal livello superiore, nemmeno se palesemente sbagliata o una decisione suicida (e non è un’esagerazione, ripensando alla seconda guerra mondiale), e allo stesso modo chi sta sotto non ha diritto a esprimere opinioni che non siano state accettate da chi sta sopra. La comunicazione fra i livelli avviene in maniera gentilissima e paludatissima dal livello inferiore a quello superiore e violenta e urlata dal livello superiore a quello inferiore. Può sembrare semplicemente un sistema severo, ma non lo è, è molto peggio: è castrante e autocastrante, in cui chi sta sopra ha così tanto da fare da riversare il proprio lavoro su chi gli sta sotto, che ha sua volta (dovendo occuparsi anche del lavoro di chi gli sta sopra) riversa il proprio lavoro su chi gli sta sotto eccetera in uno scaricabarile infinito che va dal direttore generale fino all’ultimo dei lavapiatti, il quale non vede l’ora che arrivi un nuovo kouhai su cui riversare il suo lavoro. Inutile dire che io mi sono rifiutato di sottostarvi e quando è arrivato un kouhai (ciao Jerome) l’ho trattato da pari a pari. Per i primi cinque mesi mesi i miei senpai al lounge sono stati il giapponese K1 e il coreano K2. K1 era un uomo sulla quarantina che dimostrava dieci anni di più, non aveva nessuno al mondo, parlava pochissimo e a voce bassa, veniva a lavoro a piedi, la sua unica famiglia erano gli alcolici che trattava devotamente e spolverava tutti i giorni, li riordinava e ne conosceva bene provenienza, ingredienti e lavorazione. K2 era più giovane di me con un enorme ciuffo tenuto verticale da tanto gel, ci teneva a mostrarmi ad ogni occasione il suo costosissimo smartphone pieno di foto di lui che fa shopping da Dolce & Gabbana, rideva sempre mettendo in mostra un’enorme carie sul canino superiore sinistro di cui non si curava affatto, aveva un’autostima incalcolabile e una fiducia in sé stesso come non ho mai visto in nessun altro, girava con la coppetta da degustazione da sommelier al collo con cui mimava assaggi professionali davanti ai clienti nonostante non sapesse assolutamente nulla di vini. K1 è stato il mio senpai maestro di cocktail, mi spiegava con passione (per quanta passione possa avere un uomo che non ride mai e quando parla che non supera mai i 50 decibel), mi disegnava in continuazione schemetti che non ho mai capito e in generale mi trattava come un essere umano. K2 invece mi trattava come una pezza da piedi. Se a dicembre ero ancora nuovo e parlavo poco e tutti mi trattavano con fredda deferenza, a gennaio mi ero ormai sufficientemente integrato da ricevere le sgridate dei senpai e in particolare di K2. Ricorderò finché campo gennaio 2015 come il mese peggiore della mia vita: ho pianto per lo stress e il nervoso quasi tutti i giorni quando K2 mi urlava, litigava e umiliava nel suo giapponese velocissimo, in dialetto e incomprensibile davanti ai clienti. Davanti ai clienti. Quante volte si è scusato con i clienti per suoi errori dicendo «Scusate, è colpa dello straniero, non capisce», quante volte mi ha urlato perché avevo steso male una tovaglia, quante volte mi ha offeso se non conoscevo l’ordine di un tavolo del giorno prima, quante volte mi ha sbattuto le ricevute sulla scrivania in ufficio perché avevo sbagliato un ideogramma e invece di correggere solo quello pretendeva che riscrivessi tutto da capo. Sono solo felice che con il tempo io stia dimenticando le angherie quotidiane a cui mi sottoponeva e a cui i suoi senpai non si opponevano assolutamente: K2 era il mio senpai e quindi è sua la responsabilità della mia educazione quindi usa i metodi che più ritiene corretti, punto. Oggi ripenso a quei tempi a mente fredda, ma al tempo sono stato veramente, veramente male, e se ne accorsero anche in famiglia vedendomi non dormire la notte e vomitare spesso. Anche il direttore di sala prestante perennemente sorridente M1 e la manager piccolina col labbro leporino Y1, con cui ero in ottimi rapporti, essendo sopra K2 e quindi due gradini sopra di me, non si interessavano alle questioni che mi legavano a lui. Una volta a fine aprile K2 mi accusò urlandomi davanti a Y1 che se nell’hotel c’erano gli insetti era colpa mia: in Giappone, soprattutto nelle zone di compagna come è Higashiyama, è estremamente comune e inevitabile la presenza di blatte orripilanti e di dimensioni incredibili dette gokiburi di cui io ho una paura folle e che sono di casa dovunque ci sono gli uomini, un po’ come i procioni negli USA. Mi sarebbe piaciuto sapere com’è possibile che io fossi la causa della millenaria presenza degli insetti (rari per fortuna, il posto è molto pulito), ma lui non ha fatto altro che accusarmi di non pulire bene la sera la spillatrice della birra. La manager Y1 non disse una parola, ascoltò solo le sue lamentele. Il personale composto da decine di persone, ma la colpa di ogni singola cosa che succedeva era mia, e no non erano manie di persecuzione, ogni sua responsabilità calava su di me. Responsabilità è una parola chiave per capire la piramide sociale giapponese: se il lavoro e lo stress viene calato dal livello superiore a quello inferiore, con dimensione uguale e verso contrario la responsabilità va dal livello inferiore a quello superiore. Cioè, la responsabilità per le mie cattive azioni nonché i meriti per le mie buone azioni vanno a chi mi sta sopra. Ne ho avuto la prova nella maniera più chocante. Una sera era venuto a mangiare al risporante un signore di mezz’età bassotto e dallo sguardo severo accompagnato da una ben più giovane bella ragazza con l’abito scollato e i capelli sbiondati e da un altro signore coi capelli impomatati e molti anelli alle dita. Gli altri camerieri dicevano che era un «cliente importante», senza altri dettagli. Quando sono andato a proporre loro la carta dei vini, il tipo bassotto mi ha rivolto una risposta evasiva e ambigua come fanno sempre i giapponesi, non avevo capito se voleva bere o no e quindi avanzai nella maniera più gentile possibile una seconda richiesta se volessero del vino o preferivano bere solo l’acqua. Il tizio non mi ha risposto nemmeno e ha volto la testa altrove scocciato mentre gli altri due mi guardavano come si guarda un cretino, quindi mi sono allontanato. La cena andava avanti lentamente perché c’erano dei problemi in cucina con un forno o non so che, causando ritardi e irritazione nei clienti, che nel frattempo erano diventati alticci essendosi scolanti varie bottiglie di vini francesi ordinati a un altro cameriere. Quando a un certo punto un collega servì il pane alla donna prima che al bassotto (errore imperdonabile in Giappone dove si servono le persone in ordine di importanza sociale sempre per via della piramide sociale), lui si alterò definitivamente rovesciando la sedia e andando nella lobby a telefonare a una sua conoscenza urlando e sbraitando e parlando come Takeshi Kitano nei suoi film di yakuza, chiarendomi che tipo di «cliente importante» fosse. Mentre sproloquiava al telefono l’ho sentito inveire più volte contro «lo stupido straniero» (io), e anche se nel frattempo l’avevano raggiunto il direttore di sala M1 e altri impiegati dei piani alti per tranquillizzarlo e scusarsi, lui continuava a urlare e a minacciarli. A un certo punto, mentre gli si avvicinava M1 sorridentissimo per placarlo, il bassotto gli ha tirato un pugno in pieno stomaco. M1 non ha fatto una grinza. Io sconvolto. Il bassotto ha riattaccato e mentre faceva per tornare al suo posto, all’udire le scuse e i ringraziamenti di M1 gli ha mollato un altro pugno di nuovo nello stomaco. Di nuovo il perfetto sorriso di M1 non si è mosso di un millimetro. Il tizio si è risieduto al suo posto fra la noia della bionda e del socio. Per il resto della serata solo il direttore di sala M1 si è avvicinato al loro tavolo per servirli al meglio, e tutti noi altri siamo rimasti distanti, io in primis per esplicita richiesta della manager Y1. Terminata la cena, rincasati tutti i clienti e finito di sparecchiare, ho parlato con M1: mi sono scusato per i miei errori, sicuramente l’avevo indispettito, magari l’avevo anche servito male, e comunque ero ovviamente turbato per i pugni che aveva ricevuto, io al suo posto avrei chiamato la polizia. M1 mi ha risposto felice come disteso in un campo di fiori che non dovevo preoccuparmi assolutamente. Io ovviamente non potevo crederci e chiedevo spiegazioni, chi era quello e che voleva, e soprattutto mi scusavo con M1 perché tutto era partito dal mio approccio sbagliato con la carta dei vini ed era finito con due forti pugni a lui per colpa mia. M1 col sorriso sulle labbra mi ha detto che era andato tutto un po’ male in generale, dalla cucina allo staff, non solo io. Mentre insistevo che il gesto del cliente era stato incredibile e mi sentivo colpevole, lui per tagliar corto mi ha spiegato col massimo della serenità e senza la minima incrinazione nella voce che invece era colpa sua: essendo lui sopra di me la responsabilità per le mie azioni era la sua e quindi era giustamente lui a doversi prendere la colpa per quel che era successo. Io sconvolto, di nuovo. La responsabilità? Quello ti picchia e tu non solo non ti scomponi, ma anzi gli chiedi pure scusa perché essendo uno yakuza è più ricco e quindi importante di te? Non sono sicuro di poter continuare a vivere in un paese in cui la piramide sociale è così forte da superare la legge, il buon senso, il comune ordine delle cose. Forse nelle zone omertose di mafia succedono fatti simili, ma io sono molto felice di non esserci vissuto, e ancor di più mi chiedo come sia possibile che fatti di questo tipo accadano proprio in un paese come il Giappone che è sempre indicato a modello di qualità della vita e dove invece più volte ho assistito a pestaggi di gruppo, furti con destrezza da parte di ragazzini e molestie alle ragazze, il tutto in strada e perfettamente esposto al pubblico, e tutto questo in una città come Okayama considerata piccola e campagnola. Mah. Ovviamente non appena ho avuto il giorno libero sono andato a comprare un grosso regalo per scusarmi con M1, gliel’ho appoggiato sull’armadietto nello spogliatorio, la sera poi non c’era più quindi l’aveva preso, ma non mi ha detto nulla. L’ambiguità e il silenzio sono due caratteristiche basilari dei giapponesi.

Alla fine di aprile K2 ha lasciato l’hotel e io non potevo essere più felice: un meccanismo mentale si è sbloccato in me, tutto il mese di maggio è stato meraviglioso, ho lavorato benissimo ricevendo le lodi dei miei superiori, ho legato molto coi miei colleghi, K1 mi ha sorriso più volte, non ho rotto un singolo bicchiere e in generale tutto è andato a meraviglia, anche troppo dato che quello sarebbe stato il mio ultimo mese lì. Il caporeparto Y2 si era già da qualche mese trasferito in un altro hotel e mi ha chiesto di seguirlo dato che aveva grandi progetti per il futuro: mi ha proposto una paga oraria leggermente più alta, orari più sicuri e meno variabili con meno turni fino alle due del mattino (molto spesso i miei turni superavano le 12, 13, 15 ore con un monte settimanale oltre le 60 ore, ed ero un semplice dipendente, non certo un responsabile) e soprattutto la possibilità di lavorare per metà al ristorante e per metà in ufficio a occuparmi del comparto grafico in previsione di una futura assunzione a tempo indeterminato in ufficio. Ovviamente ho accettato. A fine maggio ce ne siamo andati K1, M1 e io per andare in tre posti differenti: K1 ignoro dove sia ora, credo in un qualche locale notturno di Tokyo o qualcosa del genere, M1 è in un ristorante che conosco e vorrei andarlo a trovare e io in un altro posto anche questo bellissimo dal punto di vista dei clienti: il Limani di Ushimado, un edificio veramente kitsch finto-greco che però si trova in una località naturalisticamente splendida e nota per il turismo estivo e gastronomico. Veramente mi vergogno di andare da M1: quando ci siamo salutati l’ultimo giorno lui mi è sembrato addirittura commosso e io lo ero di certo, mi ha addirittura abbracciato, cosa che credo non abbia fatto nemmeno con sua madre e che per i giapponesi è veramente raro (il fatto che nei fumetti ci si abbracci spesso ne è la conferma, dato che stando ai giapponesi stessi i manga propongono una realtà volontariamente migliore). Fatto sta che oggi 31 agosto ho finito i miei primi tre mesi nel nuovo posto, ma nonostante le raccomandazioni di Y2 non è cambiato nulla: benvenuti in Giappone dove le promesse elettorali sono ancora più fumose e capillarmente più comuni di quelle italiane. Anche se non sto fino alle due di notte, faccio comunque tantissimo straordinario non richiestomi in anticipo, e poiché abito a oltre 40 km dal posto di lavoro e poiché le strade giapponesi hanno limiti di velocità bassissimi (in città 20 km/h, fuori città 50 km/h, in autostrada 80 km/h), ogni giorno devo farmi in macchina quasi due ore di stressante strada all’andata e quasi un’ora e mezza di sfiancante strada al ritorno, quindi anche quando finisco relativamente presto torno comunque a casa tardissimo. Non lavoro affatto in ufficio e tanto meno mi occupo della grafica, Y2 mi risponde «mah vedremo» quando interrogato. Lo straordinario è pagato, e questo per quanto possa sembrare scontato è invece una conquista incredibile, ma ore e ore di guida (e io detesto guidare), giornate di riposo che saltano per magia e si riducono a una o nessuna alla settimana, e infine turni infiniti sono stati la combo fatale che mi ha veramente stancato. Sono stanchissimo. Almeno il posto precedente era vicino a casa, questo è lontanissimo e ogni minimo diritto sindacale tipo la pausa pranzo diventa una conquista da ottenere con le unghie e coi denti. Per questo motivo, dopo settimane di orecchie da mercante e dopo lettere formali di mia moglie, sono finalmente riuscito a convincere il caporeparto Y2 a ridurmi l’orario da cinque a quattro giorni alla settimana. Spero di poter tornare a studiare un minimo la lingua per poter trovare un lavoro migliore. Già mi sto muovendo: il lunedì insegno italiano nella sede locale dell’Associazione Nazionale Nippo-Italiana, ogni tanto collaboro con un’agenzia di viaggi per accompagnare turisti miei connazionali qui in Giappone, e se avrò tempo da autunno parteciperò al corso di formazione per guida nel Kourakuen, un giardino capolavoro assoluto dell’architettura giapponese dove sarei veramente felice di lavorare. Perché è questo il punto: voglio lavorare, mi piace lavorare, solo che mi piace anche vivere e se possibile vorrei conciliare le due cose. In Giappone non è facile, ma d’altronde le cose facili mi annoiano.

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6 pensieri su “工作狂人 〜 Pazzi per il lavoro

  1. Avevo, non so perché, dimenticato il tuo blog. Articolo illuminante per chi lavora spesso con i giapponesi senza conoscerne minimamente la cultura: ora mi spiego un sacco di comportamenti apparentemente senza senso della segretaria (giapponese) della scuola in cui lavoro e anche di alcuni studenti!

    Ti ammiro, al posto tuo sarei già tornata a casa da un pezzo!

    P.s.: Visto che attualmente insegni italiano, se hai bisogno di aiuto, scrivimi: qualche consiglio te lo posso sicuramente dare e ho anche un sacco di materiale didattico (libri, siti, schede varie, ecc…) che condivido volentieri. ;)

    • Oddio grazie! Per quanto riguarda il libro di testo non lo scelgo io, ma è quello dell’associazione per cui lavoro, i consigli invece sono sempre ben accetti. Ti mando una mail uno di questi giorni!

  2. Articolo veramente lungo, ma altrettanto dettagliato. Ti ringrazio per aver raccontato la tua esperienza lavorativa, soprattutto perché ho letto pochi articoli sul lavoro in Giappone così ben esposti.
    Se mi fossi trovata al tuo posto, non so come sarei riuscita a sopravvivere. Perché sento abbastanza il peso dello stress e probabilmente mi farei venire un qualcosa!

    Spero che da qui in poi la tua vita lavorativa possa andare meglio, o almeno, evitare scene con yakuza ecc. :)

  3. Pingback: 内外 其の二 〜 Dentro e fuori 2 | il regno dei funghi

  4. Ti ringrazio per la tua esperienza, devo dire che quando sono stato in giappone mi sono molto incuriosito all’aspetto lavorativo. Io a differenza tua vengo proprio dal settore dell’ospitalità, sono un barman d’albergo e posso dirti che hai fatto la cosa migliore possibile a leggerti a suo tempo le note del “The Maestro Mr. Calabrese” . Avrei proprio qualche domanda sul mondo del bar in Giappone, saresti disponibile a sentirci per scambiarci qualche informazione? Grazie ancora

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